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Gesualdo Bufalino e la tradizione dell'elzeviro

Gesualdo Bufalino e la tradizione dell’elzeviro,

a cura di Nunzio Zago. Atti del Convegno di Studi

Comiso, 9-10 novembre 2017

Leonforte, Euno edizioni/Fondazione Gesualdo Bufalino, 2019

“Quaderni della Fondazione Gesualdo Bufalino. Nuova Serie”, 2

Si dice elzevirismo e subito si pensa al prezioso laboratorio formale di matrice rondesca, allo scintillante calligrafismo di un Antonio Baldini, di un Bruno Barilli, di un Emilio Cecchi. La tradizione dell’elzeviro non si lascia rinchiudere, però, nel perimetro esclusivo della “prosa d’arte” degli anni Venti e Trenta: bastino nomi come Benedetto Croce, Arrigo Cajumi, Rosario Assunto, Giorgio Manganelli, Italo Calvino - giusta la minima embrionale mappa abbozzata dal Convegno  di cui in questo volume si pubblicano gli Atti - per rendersi conto della funzione educativa (laica, umanista…) svolta lungo, prima e dopo, dalla migliore intellettualità italiana attraverso la “terza pagina” dei giornali, quasi una libera cattedra di civiltà. Il caso di Gesualdo Bufalino, appunto, allo scadere del secolo scorso, dimostra retrospettivamente (un po’ come Gadda con l’espressionismo scapigliato nell’interpretazione di Contini) che quella lezione non era così effimera e autoreferenziale quanto s’è voluto credere: attiva nello scrittore  siciliano già nelle fasi più remote della sua sofisticata “anagrafe” intellettuale e contaminandosi, via via, con infiniti altri pimenti culturali, essa ha contribuito - nel saggista, nell’autore di aforismi, nel narratore - alla nascita d’uno stile “insieme esuberante e contratto”, di un “tono” inconfondibile, fantasioso, ironico, brillantemente iperletterario, inquieto e pensoso.